Cibo

La minaccia dei giganti

Le fusioni tra le multinazionali della chimica e delle sementi metteranno la maggior parte dell’industria agroalimentare nelle mani di tre giganti. A perderci saranno i piccoli agricoltori

La minaccia dei giganti

E’ in atto un cambiamento epocale nel settore dell’agroalimentare e dell’agrochimica a livello globale. Il recente annuncio dell’acquisizione per 66 miliardi di dollari da parte del colosso tedesco Bayer della multinazionale americana delle sementi Monsanto è solo una delle operazioni che negli ultimi tempi stanno riguardando il settore delle sementi e degli erbicidi. Un comparto già saldamente in mano a sei o sette grandi operatori, che si sta ulteriormente concentrando, con la nascita di veri e propri giganti in grado di controllare fette sempre più ampie del mercato e di agire sia sui prezzi che sulla sicurezza delle colture.   

Oltre alla già citata unione tra Bayer e Monsanto, che verrà perfezionata entro la fine del 2017, e dalla quale nascerà una conglomerata capace di controllare circa il 24% del mercato dei pesticidi e il 29% di quello delle sementi, sono in corso di definizione altre due grandi operazioni: la fusione da 130 miliardi di dollari tra le americane della chimica Dow e DuPont e l’acquisto, per una cifra di circa 43 miliardi di dollari, da parte della cinese ChemChina del colosso svizzero delle sementi Syngenta. Se tutte queste operazioni andassero in porto tre compagnie controllerebbero circa il 70% del mercato mondiale dei pesticidi e il 60% di quello delle sementi. 

Secondo il Guardian alla base di queste fusioni c’è la pressione degli investitori, preoccupati da prestiti eccessivi e performance deboli. Dopo anni di crisi economica, che hanno visto scendere la domanda di sementi e chimici e salire i debiti delle aziende, è diventato più difficile produrre dividendi da distribuire agli azionisti, i quali hanno insistito per un taglio dei costi attraverso le fusioni.  

I rischi di una tale concentrazione sono molti. La forza politica e finanziaria di un oligopolio simile può soffocare la concorrenza e imporre politiche agricole in grado di escludere dalla competizione i piccoli coltivatori, provocare una crescita dei prezzi dei fattori di produzione (già in atto secondo la National Farmers Union, che segnala come negli ultimi tre anni a fronte di una diminuzione dei prezzi dei cereali, quello dei semi è salito costantemente) e livellare la qualità e la varietà delle colture. Non è un caso, quindi, che le autorità per la concorrenza abbiano messo sotto la lente d’ingrandimento queste operazioni.

Negli Stati Uniti James Collins, capo della DuPont, è stato convocato dallo U.S. Senate Judiciary Committee al quale ha dichiarato: ”La fusione favorisce la competitività ed è positiva per gli agricoltori. Crea un soggetto americano concorrenziale a livello globale e capace di aumentare la produttività e i profitti per i coltivatori americani, molto di più rispetto alle due compagnie se operassero separatamente”, ma le perplessità del comitato statunitense restano elevate. Infatti il suo presidente Chuck Grassley, fa sapere che crescono le preoccupazioni per queste operazioni, sia perché potrebbero mettere a rischio gli investimenti in ricerca e sviluppo, sia perché potrebbero creare barriere all’ingresso per i competitori più piccoli sul mercato.  

 

Anche nell’Unione Europea la situazione è sotto osservazione: lo scorso 15 settembre Ricardo Cardoso, portavoce dell’ufficio sulla concorrenza della Commissione Europea, ha affermato che la Commissione non ha ricevuto notizie dell’accordo tra Bayer e Monsanto, perciò non è nelle condizioni, al momento di esprimersi sull’operazione, ma si riserverà di analizzare se l’accordo può determinare distorsioni nel mercato, in particolare sull’eventualità della creazione di una posizione dominante. Mentre sull’operazione che riguarda ChemChina e Syngenta l’Unione Europea si pronuncerà il 28 ottobre.  

Un rapporto in corso di pubblicazione sulla concentrazione dell’industria agroalimentare realizzato dall’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems, di cui il Guardian ha ottenuto un estratto, oltre che dalle conseguenze sul piano economico e politico, mette in guardia anche dalla quantità di dati genetici alla quale queste super aziende avranno accesso, dati che permetteranno a queste di crescere e creare una posizione dominante nelle zone, come l’Africa sub-Sahariana, dove c’è scarsità di cibo. 

Il centro studi ETC, che si occupa di monitorare il settore agroalimentare e delle tecnologie applicate all’agricoltura, sostiene che gli accordi non riguardino solo il mercato di sementi e pesticidi e che, anzi, la vera partita si giocherebbe sul controllo delle risorse alimentari e la sicurezza mondiale del cibo. 

Il direttore dell’organizzazione, Pat Moneey, descrive la situazione in questi termini: ”Le autorità di controllo dovrebbero bloccare queste fusioni ovunque, in particolare nei mercati emergenti del Sud del mondo, dove queste aziende hanno intensione di espandere ulteriormente i loro poteri ed escludere dalla competizione le aziende locali. Questi accordi vanno oltre la gestione del mercato di sementi e pesticidi, ma puntano direttamente a controllare i big data dell’agricoltura. L’azienda che controllasse le sementi, il suolo, i dati metereologici e le nuove tecnologie genetiche avrebbe inevitabilmente il controllo globale delle risorse agricole. E a ottenere questo dominio saranno inevitabilmente le compagnie più grandi, capaci di gestire i dati e manipolare la ricerca genetica a proprio vantaggio.” 

Anche Silvia Ribeiro, direttrice del dipartimento ETC per il Sud America, è preoccupata dalle ultime notizie riguardanti l’accordo Bayer-Monsanto: ”In America Latina è alto il timore sull’aumentato prezzo delle risorse, la privatizzazione della ricerca e le forti pressioni di queste compagnie per ottenere leggi che permettano loro di dominare i mercati, calpestare i diritti dei contadini e rendere illegale l’utilizzo delle loro sementi.” 

La concentrazione del mercato e dell’accesso alle sementi e alla terra è una delle principali cause di impoverimento nei paesi in via di sviluppo. Qui le multinazionali stanno scalzando i piccoli proprietari terrieri, che sono circa il 90% dei coltivatori e forniscono circa l’80% del cibo in questi paesi. 

A questo proposito Adrian Bebb, attivista dell’associazione Friend for the Earth Europe, afferma: ”Le ricerche dimostrano che il problema della fame nel mondo non dipende dall’ammontare dalle scorte alimentari, ma da povertà, mancanza di democrazia e accesso alla terra. Per evitare il controllo assoluto dell’agricoltura da parte delle multinazionali ci sarebbe bisogno di forti investimenti da destinare ai piccoli proprietari terrieri.” 

Il modello di agricoltura industriale che si verrebbe a delineare se tutte queste operazioni andassero in porto, oltre ad avere gravi conseguenze economiche, avrebbe gravi effetti anche dal punto di vista ecologico. L’agricoltura intensiva su larga scala, basata sulle monocolture e i trattamenti chimici è tra i principali indiziati del cambiamento climatico e della perdita della biodiversità. 

Aldilà degli stop che potrebbero arrivare dalle autorità garanti per la concorrenza, si sta formando un ampio fronte di contrasto a queste operazioni, costituito da gruppi di studio internazionali, associazioni di agricoltori e società civile, che si opporrà in tutte le sedi alle fusioni e punterà a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. 

La prima tappa per far emergere le ragioni del no alle fusioni sarà a Roma durante la plenaria del Committee on World Food Security in programma dal 17 al 21 ottobre prossimi. “Qui si riuniranno i rappresentanti dei governi, delle maggiori compagnie agroalimentari e le organizzazioni degli agricoltori proprio per discutere di sicurezza del cibo – dice Silvia Ribeiro, che parteciperà al meeting – sarà l’occasione migliore per far sentire la nostra voce.”

Altro appuntamento cardine per capire come la comunità internazionale deciderà di affrontare la situazione sarà la Convention on Biological Diversity delle Nazioni Unite che si svolgerà a Cancun dal 4 al 17 dicembre, la cui agenda prevede la ricerca di strategie per contrastare i tentativi, soprattutto quelli basati sull’ingegneria genetica, che le corporation metteranno in campo per aggirare le norme sulle biotecnologie.

Vincenzo Menichella

10/10/2016

Cerca

invio

Seguici su