Meglio tardi che mai

12 luglio 2018
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sostenibilità

In questi ultimi tempi, qualche genio della politica e del marketing ha finalmente raggiunto la brillante convinzione che sia giusto salvaguardare le caratteristiche del prodotto italiano e, pertanto, occorra prevedere una comunicazione in grande stile della provenienza italica del prodotto agricolo. 

Ed è anche convinto che questa iniziativa sia la panacea di ogni problema. Benissimo, nulla da dire. È però come avere la “straordinaria” idea che, per veicolare il turismo in Italia, sia sufficiente raccontare che nel nostro paese si mangia la pizza: è importante certamente, ma non è propriamente un’idea molto innovativa e, soprattutto, molto esaustiva sul totale delle informazioni da poter dare.

Il punto è che non si riesce ancora a capire (o non si vuole, in realtà, farlo) che dovrebbe essere l’acquirente a definire cosa voler conoscere per decidere sull’acquisto, non chi vende. Che valuta spesso, con grande opportunismo, cosa convenga raccontare. Finché non sarà chiaro questo punto, il mercato non avrà un suo innalzamento qualitativo e il coltello si manterrà dalla parte del manico dei pochi venditori rispetto ai moltissimi acquirenti che hanno, stoltamente, dimenticato che l’unica politica di cambiamento duraturo si ottiene all’interno di una situazione di consapevolezza.

Nel caso specifico, sono sicuro che a ogni acquirente interesserà, di sicuro, sapere la provenienza di un prodotto agricolo, ma vorrà conoscere anche altri parametri, per accertare la conformità alle proprie aspettative, che possono essere molteplici. Non si deve ripetere l’errore del prodotto biologico, per cui l’unico parametro valutato era che fosse, appunto, proveniente da agricoltura biologica, facendo passare come corollario tutto il resto. E ci siamo nutriti di grano kazako e di prodotti cinesi per anni, senza tenere conto di tutte le altre informazioni che ognuno aveva diritto di conoscere, rispetto al concetto di alimentazione più adatta al proprio organismo e alle altre aspettative, anche etiche, che definiscono un prodotto nella sua pienezza olistica. E, sinceramente, non credo neanche più al vecchio mantra: intanto iniziamo con queste informazioni, poi, poco alla volta, ne ampliamo la gamma che riusciamo a comunicare. Questo è un escamotage molto diffuso per rendere definitive le cose provvisorie e per arrivare a considerarle esaustive nel pensiero comune.

Pertanto, a mio avviso, il mercato lo deve fare chi acquista, non chi vende. Con tutti i rischi del caso per chi, come spesso capita, propone al mercato delle cose che non hanno un grande spessore, mascherate spesso con una verniciata di grande novità. Una innovazione molto più percepita che reale, in una sorta di “innovation washing” che aiuta molto ad alzare un polverone sulla reale qualità ed eticità.

E chi scrive ha qualche motivo per esprimersi in questo modo, visto che da oltre dieci anni (e non mi soffermo sull’effettiva tempistica, per non intristirmi) parla di qualità reale e di come riuscire a modificare il mercato “obbligando” i produttori a raccontare in modo molto approfondito i propri prodotti, per permettere un acquisto consapevole. In questo modo si otterrebbe il duplice obiettivo di abituare i consumatori a pretendere delle informazioni approfondite, senza adattarsi a subire quelle, ovviamente interessate, di chi vende e di cercare, in seconda battuta, di aumentare il livello qualitativo del mercato, mettendolo a nudo davanti a tutti. Chi vale di più vince.

E’ da oltre dieci anni che sto portando avanti questa battaglia, confidando moltissimo nella voglia del consumatore di conoscere realmente quello che vuole acquistare. Invece, la prima obiezione che le aziende, seriamente interessate a raccontare la bontà del loro prodotto, mi fanno non è il dubbio sulle reali possibilità tecniche per raggiungere l’obiettivo, ma sul fatto che al consumatore possa effettivamente interessare questa conoscenza.

Ogni volta mi viene esposto questa perplessità, non riesco a non essere stupito e sconfortato. Come si fa a dubitare di una cosa simile? Non converrebbe, allora, pensare unicamente a ricercare il massimo profitto acquistando gli ingredienti che costano meno, di provenienza anche dubbia? Perché affannarsi a migliorare la qualità di un nostro prodotto, quando pensiamo che non importi a nessuno verificarne il reale possesso? Perché, allora, raccontare che il prodotto è italiano?

Invece la qualità, in tutta la sua complessità, perché non è univoca, ma dipende da chi effettivamente la valuta, deve essere un’informazione obbligatoriamente da comunicare, perché c’è di sicuro a chi importa conoscerla. Su questo non posso e non possiamo avere dei dubbi. Se fossi convinto del contrario, che la qualità non interessa e che la guida del mercato sia unicamente il prezzo, avrei tanta paura per il mio benessere personale e quello del mio organismo.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl