Come calcolare la sostenibilità del cibo

2 luglio 2018
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sostenibilità

Geografia e metodi produttivi sono decisivi per l’impatto ambientale.  Misurare l’impatto ambientale del cibo è molto importante per comprendere come produrre e come consumare alimenti in modo sostenibile. Uno degli indicatori più utilizzati, insieme ad altri, per valutare l’impatto ambientale del cibo è la carbon footprint, ovvero la quantità di CO2 equivalente che si genera per produrre, trattare e portare nel punto vendita un bene. Sono molti gli alimenti riportano in etichetta la loro carbon footprint per valutarne l’impatto ambientale, ma questo indicatore potrebbe non essere così preciso come ci si aspetterebbe.

Uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università di Oxford e del centro svizzero di ricerca agricola Agroscope però rivela che lo stesso alimento può risultare più o meno sostenibile a secondo del posto e delle modalità con cui è prodotto. I ricercatori hanno creato il più grande database al mondo a riguardo, raccogliendo i dati di circa 40.000 aziende agricole e oltre 1.600 società di trasformazione, confezionamento e vendita di cibo. Successivamente hanno analizzato 40 alimenti di uso comune, trovando grandi differenze nell’impatto ambientale tra produttori dello stesso bene calcolando come influiscono su fattori come: lo sfruttamento del terreno, lo spreco di acqua dolce, l’inquinamento delle falde acquifere, l’inquinamento atmosferico e l’emissione di gas serra.

Un esempio di come questa differenza possa essere clamorosa è la carne di marzo che è in cima alla classifica dei cibi meno sostenibili: i produttori ad alto impatto producono circa 105 chili di CO2 equivalenti e consumano circa 370 metri quadri di suolo per ottenere 100 grammi di proteine, una quantità dalle 12 alle 50 superiore a quella dei produttori di carne di manzo a basso impatto. Per restare nel campo delle proteine, la produzione di 100 grammi di legumi le emissioni di CO2 equivalenti sono 0,3 chili (inclusi trasformazione, packaging e trasporto) usando solo 1 metro quadro di terreno. Altro dato sorprendente è quello relativo all’acquacoltura: l’allevamento di prodotti ittici se da un lato ha il pregio di diminuire lo sfruttamento delle riserve di pesce, dall’altro in alcuni casi produce più gas serra ed emissioni di metano rispetto all’allevamento bovino. I pomodori a basso impatto quasi non producono gas serra, mentre quelli più impattanti ne producono sei chili per ogni chilo di prodotto.  Un riso non trattato è circa 500 volte più sostenibile rispetto ad un riso che ha subito dei trattamenti per essere sbiancato. Questa differenza è valida per quasi tutti i 40 prodotti presi in considerazione.

Dunque tra due prodotti uguali in vendita è difficile capire quale sia il più sostenibile, e quindi fare la scelta più virtuosa, eppure lo studio mostra che questa differenza può essere molto significativa. Secondo i ricercatori la variabile più rilevante nel determinare l’impatto ambientale è quella geografica. Più che dal tipo di prodotto l’impatto dipende dal modo e dal luogo in cui è prodotto, questo significa ci sono buone possibilità di migliorare la sostenibilità del sistema.  “L’agricoltura è fatta da milioni di produttori diversi. Questa diversità crea la variazione nell’impatto ambientale – dice Joseph Poore, uno dei firmatari dello studio – ma rende anche possibili soluzioni a queste sfide ambientali. Un approccio univoco per ridurre l’impatto ambientale o aumentare le produzioni può essere efficace per un produttore e inefficace per un altro. Questo è un settore che ci richiede diverse soluzioni da proporre a diversi produttori”. 

Considerati i 40 prodotti esaminati, dall’indagine risulta che il 25% delle aziende contribuisce per circa il 53% dell’impatto ambientale. Un dato simile, che a prima vista sembra scoraggiante, in realtà indica che è possibile migliorare in modo significativo l’impatto dei sistemi alimentari sull’ambiente, cambiando i metodi di produzione e le pratiche agricole. Un grosso aiuto potrebbe venire dall’uso di nuove tecnologie in grado di calcolare eventuali danni e migliorare l’efficienza dei sistemi.

Un altro importantissimo contributo può venire dal cambiamento delle abitudini alimentari e di consumo. Una gran parte del peso delle attività agricole sull’ambiente dipende dai prodotti di origine animale. Per quanto i dati diffusi dallo studio facciano ben sperare, perché mettono in evidenza la possibilità di rendere molto più sostenibile la produzione di alimenti di solito ritenuti molto impattanti, al momento l’allevamento e la produzione di cibi di origine animale sono responsabili dell’emissione di una quota che va dal 56 al 58% dei gas serra provenienti dall’agricoltura e dell’uso di circa l’83% del terreno agricolo. “Se paradossalmente tutti diventassero vegani – sottolinea ancora Poore – basterebbe il 75% di tutti i terreni agricoli per produrre le calorie necessarie a sfamare il pianeta. Basterebbe ridurre della metà il consumo di alimenti di origine animale e riformare alcune procedure per ottenere risultati enormi dal punto di vista della riduzione delle emissioni”.  Lo studio calcola che a un calo del 50% del consumo di alimenti di origine animale corrisponderebbe una riduzione media di circa il 73% delle emissioni e di 3.1 miliardi di ettari dedicati all’agricoltura. La riduzione del 20% del consumo di prodotti come alcol, zucchero, olio e caffè – escludendole produzioni più impattanti, come ad esempio l’olio di palma – porterebbe ad una riduzione del 43% dei gas serra.

E’ evidente quindi come piccoli cambiamenti comportamentali possano portare a risultati molto importanti sul piano della sostenibilità. Quello che emerge dallo studio è che diventa importante comunicare ai consumatori l’impatto ambientale dei produttori oltre che dei prodotti. Un obiettivo che può essere raggiunto attraverso un’etichettatura più precisa, sussidi statali e un regime fiscale attento a queste necessità. “Etichette ambientali e incentivi finanziari potrebbero creare un circuito virtuoso – afferma ancora Poore – i produttori avrebbero interesse a monitorare l’impatto delle loro attività, incoraggiando decisioni più sostenibili e la ricerca di fornitori migliori”.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl