“L’Italia ha standard di produzione molto elevati”

13 maggio 2018
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BIOLOGICO

Nostra intervista a Paolo De Castro, primo vice-presidente Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.

Il nuovo regolamento europeo per il Biologico prevede che i prodotti convenzionali e quelli biologici abbiamo le stesse soglie per i residui di pesticidi e fitofarmaci. Non è un controsenso? Come si deve comportare un agricoltore bio, se i terreni circostanti alla sua azienda sono coltivati in modo convenzionale?

Il nuovo regolamento stabilisce che i paesi che hanno una soglia per la contaminazione accidentale da residui di sostanze non autorizzate nel bio, come l’Italia, potranno continuare ad averla, ma che non potranno impedire la commercializzazione di prodotti di altri paesi, in cui questa soglia non c’è. E’ stato uno dei punti più controversi del nuovo regolamento. Conosco le perplessità di molti produttori biologici sulla norma vigente in Italia e so anche delle perplessità di molti consumatori che se acquistano un prodotto con il certificato bio lo acquistano anche perché lo percepiscono “a zero residui”. Dal punto di vista Ue, a mio avviso il problema sta nell’assenza di armonizzazione. Continueranno a esserci regole diverse in paesi diversi e a volte in regioni diverse. Questo crea differenze di competitività per gli agricoltori bio dei diversi paesi. La soluzione trovata, però, va nella direzione della normativa italiana. Se ne riparlerà nel 2025, quando la Commissione stilerà un rapporto sul tema e vedremo a che punto siamo.

Il nuovo regolamento consente lo sviluppo del bio in aree con forti criticità, e questo è un dato positivo. Ma un regolamento così trasversale e ampio non concorre ad abbassare il livello qualitativo del prodotto biologico quando questo è mediamente più elevato come in Italia?

Il settore biologico non è più un settore di agricoltori pionieri di nicchia. Ha una sua dimensione industriale. Forse la Commissione ha proposto un regolamento troppo ambizioso, che aveva lo scopo di abbracciare tutta la filiera, ma questo è anche il risultato dell’evoluzione del settore stesso, che ha nuove esigenze proprio come i consumatori che comprano prodotti bio. Il biologico è infatti oggi uno dei settori più dinamici dell’agricoltura europea, sia in termini di superficie utilizzata (che aumenta di circa 400.000 ettari all’anno), che di mercato (che ha raggiunto un valore di 27 miliardi di euro nel 2017, + 125% rispetto a dieci anni fa). D’altro canto, se la Commissione non si fosse spinta sarebbero arrivate le critiche perché non considerava il settore nella sua complessità. Il problema sta in una proposta di grande ambizione che ha soddisfatto solo in parte le attese. Il Parlamento europeo chiedeva di incoraggiare lo sviluppo sostenibile della produzione biologica, garantire una concorrenza leale per gli agricoltori e gli operatori del settore, prevenire le frodi e le pratiche sleali, nonché migliorare la fiducia dei consumatori nei prodotti biologici, e l’accordo raggiunto dopo oltre due anni di negoziazioni inter-istituzionali manca di questa ambizione. La prossima Commissione europea avrà la possibilità di proporre standard di produzione più elevati prima dell’entrata in applicazione del nuovo regolamento nel 2021. Ricordo che l’Italia è prima tra i 28 paesi in termini di produzione biologica e seconda per superficie coltivata dopo la Spagna: la produzione biologica è destinata a crescere. La sfida però resta aperta.

Tutti i parlamentari italiani hanno votato contro. Forse l’Italia tra i Paesi europei ha la normativa nazionale più stringente a riguardo, e in questo modo, è più esposta alla concorrenza sleale rispetto a prima?

Seguendo quello che dicevo prima, non sarebbe stato possibile altrimenti. L’Italia ha standard di produzione molto elevati e avrebbe preferito un allineamento verso l’alto e non, come è accaduto, verso il basso. C’è anche da riflettere su una strategia comune su come difendere meglio questi standard e come farli diventare europei. Ma la filiera italiana del biologico, dell’agricoltura e dell’alimentare avrebbe dovuto parlare con una voce sola. Questo è naturale per un paese complesso come il nostro, invece le differenze di vedute c’erano eccome, ma dobbiamo sforzarci di essere più compatti a Bruxelles e magari agire prima, e non a negoziati ultimati.

 

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