“Il radicalismo dei vegani è colpa degli allevatori”

23 marzo 2018
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sostenibilità

Mangiare gli animali? No grazie, ma neanche i sottoprodotti del loro sfruttamento. 

Le risposte da parte dei diversi settori agroalimentari, in particolare quello dell’allevamento, puntano il dito contro questo radicalismo. Ma la domanda sociale è giusta: segue i progressi dell’etologia, perché oggi sappiamo che gli animali non sono delle macchine. Confinandoli in luoghi chiusi, come nell’allevamento intensivo, si priva di spazio l’animale che, in altre condizioni come nell’allevamento tradizionale, potrebbe pascolare e vagare libero.

Lo scorso 20 marzo, il quotidiano francese Libération ha pubblicato una intervista a Gilles Fumey, docente-ricercatore in geografia culturale e commentatore per il quotidiano, che ha ottenuto un gran riscontro: “Il radicalismo dei vegani risponde a quello degli allevatori”.

“I vegani si ribellano’. La copertina di Libération.

Esperto nel settore, Fumey propone un analisi lungimirante della situazione. Per lui, il radicalismo dei vegani è in parte provocato dalla ‘non-evoluzione’ delle condizioni di trattamento degli animali negli allevamento. Vorrebbero innanzitutto denunciare un sistema che promuove l’allevamento industriale, un modello di azienda non sostenibile per l’animale. Secondo lui, i vegani denunciano il problema e il radicalismo sarebbe soltanto una conseguenza di quello dell’allevamento intensivo. I vegani vogliono quindi giocare un ruolo importante: fare avanzare la causa. C’è un nuovo rapporto con gli animali da reinventare. Per poter farlo, servono i diversi pareri, tra cui anche quello dei vegani e vegetariani.

Per molte persone, la carne fa parte della cultura, del patrimonio. “Si, ma quale carne?”. “Quella che arriva – risponde Gilles Fumey – nei nostri piatti dalla filiera industriale non merita di insistere con questo modello. Negli allevamenti, gli animali sono spesso imbottiti di antibiotici. Prendiamo per esempio le vacche da latte: a forza di sguazzare nel fango, zoppicano, sono malate e invece di lasciarle di più al pascolo (gli zoccoli guariscono facilmente sull’erba), sono curate con antibiotici e con dei pediluvi.”

Ma attenzione alla semplificazione e a mescolare i problemi. In effetti, di fronte al moralismo vegano, gli allevatori ci tengono a ricordare che tutti gli animali non sono schiavi. Lo scorso settembre, Gilles Fumey era già intervenuto sullo stesso giornale e spiegava che “la guerra tra vegetariani e carnivori è futile di fronte alle sfide sociali e ambientali”.

I vegani e vegetariani prendono di mira prima di tutto l’allevamento industriale visto come uno sfruttamento dell’animale, modello promosso dalla politica locale e nazionale. In effetti, la ferme des mille vaches (l’azienda delle mille vacche) ha dato una scossa forte, perché nessuna legge può fermare questo sviluppo.

L’agricoltura da promuovere deve essere quella tradizionale per la sovranità alimentare, per la rete sociale, per la salute del suolo e di chi ci vive sopra. “Gli argomenti degli industriali della carne non vanno più bene – scrive Gilles Fumey -. I nostri contadini meritano più che un inseguimento suicida sul mercato mondiale. La denigrazione del bio risponde della stessa logica: si prende in giro chi accetta di pagare di più per il cibo cercando di togliere i produttori della via senza uscita dove sono stati messi dalla FNSEA (sindacato agricolo francese) e dai suoi complici industriali.”

lauriane borget

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Credits: Agostini Lab Srl