Bayer-Monsanto, il 5 aprile l’Europa decide

9 marzo 2018
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sostenibilità

Si allungano i tempi per ottenere il via dell’Unione Europea alla fusione Bayer-Monsanto. 

Un primo stop all’operazione da 66 miliardi di euro – formalizzata nel settembre del 2016 che può dar vita al più grande produttore di semi del mondo – era venuto dall’Antitrust dell’Unione Europea ad agosto del 2017, quando aveva messo in guardia sul fatto che questa fusione avrebbe rischiato di limitare fortemente la concorrenza sul mercato delle sementi, dei pesticidi e dei tratti agronomici in un settore dov’è già presente una forte concentrazione, anche a seguito delle fusioni Dow-Dupont e ChemChina-Syngenta. Se anche questa andasse in porto, infatti, il 75% della produzione di semi e pesticidi sarebbe nelle mani di tre sole aziende. Quello con l’antitrust europea non è il solo ostacolo alla fusione, sono ben 60 le autorità in tutto il mondo con cui la Bayer ha dovuto confrontarsi da quando è partita l’operazione e al momento solo 30 hanno acconsentito alla fusione, mentre mancano ancora il via libera dalle autorità dei due mercati principali, il Dipartimento di Giustizia statunitense e l’autoritò antitrust della UE.

Il Ceo di Bayer, Werner Baumann, è certo che l’iter si concluderà entro la fine del secondo trimestre di quest’anno, e guarda già alla scadenza del 5 aprile, quando il Commissario alla concorrenza Margarethe Vestager ha fissato un aggiornamento della posizione dell’Unione Europea. In realtà la decisione non è così scontata, e già in due occasioni è stata rimandata, l’ultima lo scorso 8 gennaio. “Abbiamo una scadenza legale che vogliamo rispettare – ha fatto sapere la Vestager facendo riferimento al 5 aprile – quando una decisione viene rimandata, molto spesso è perché la compagnia ci da più tempo per discutere se i rimedi che ha proposto sono abbastanza per far sparire le nostre preoccupazioni. È molto importante essere meticolosi, perché riguarda tutti che il cibo sia salutare, così come per i contadini avere scelta, avere prezzi abbordabili, e non essere vincolati con un solo fornitore”. A preoccupare l’UE anche l’eventualità che il colosso agrochimico possa vincolare l’acquisto di pesticidi alle sementi, imponendo di fatto un monopolio.

Per rispondere alle perplessità avanzate dagli uffici della Vestanger la Bayer è corsa ai ripari: durante il 2017 ha preso alcuni accordi per alleggerire la sua posizione nel mercato dell’agrochimica. A settembre aveva ceduto il controllo della Covestro, leader nel mercato die polimeri, scendendo a quota 24,6% nell’azionariato. A ottobre, invece, aveva chiuso un preliminare con BASF, inizialmente da concretizzarsi dopo la fusione con Monsanto, per la vendita delle attività legate alle sementi ogm alla cifra di 5,9 miliardi di euro, ma negli ultimi giorni questa soluzione è stata anticipata e ha assunto più consistenza. Sembra, infatti, che alla BASF sarà ceduto tutto il ramo Sementi, compresa la Nunhems. La BASF stessa, inoltre, potrebbe avere problemi con l’antitrust nel caso la trattativa dovesse andare in porto.

Ma un altro ostacolo, forse più difficile da aggirare, per lo sblocco della procedura di autorizzazione è rappresentato dall’ostilità opinione pubblica europea a questa fusione. L’ufficio della Commissaria Vestager ha ricevuto un petizione di protesta sostenuta da oltre 50.000 e-mail e circa 5000 lettere contrarie alla conclusione dell’accordo. “Approvare questa fusione creerebbe la compagnia più grande del mondo nel campo dell’agrochimica – ha detto Adrian Bebb dell’organizzazione ambientalista Friends of the Earth Europe – che potenzialmente può schiacciare i concorrenti e stabilire un monopolio senza precedenti sui redditizi dati agricoli. L’opinione pubblica è contro la fusione e i cittadini e gli agricoltori avrebbero tutto il diritto di indignarsi se la Commissione dovesse dare il semaforo verde”. In effetti un sondaggio realizzato da YouGov in 4 paesi dell’Unione mostra che il 54% della popolazione è contraria alla fusione. Un altro fronte di ostilità viene dalla coalizione #stopglyphosate che si è oppone all’utilizzo del discusso pesticida prodotto dalla Monsanto. 

In caso di fallimento della fusione la Bayer dovrà versare nelle casse della Monsanto 2 miliardi di euro e la situazione di stallo che dura dal 2016 potrebbe diventare un problema nel lungo periodo, anche se il bilancio del 2017 si è chiuso positivamente. Per questo la Bayer ha deciso di anticipare le cessioni, una strategia che si è rivelata già vincente nel caso della fusione ChemChina-Syngenta, che ha ottenuto il via libera dalla Commissione il 5 aprile del 2017. L’ottimismo che filtra dal quartier generale di Leverkusen è giustificato anche dal recente rinnovo dell’autorizzazione all’utilizzo del glifosato, che è arrivata dopo una lunga trattativa e una serie di rinvii anche grazie all’influenza politica della Germania. La rinnovata stabilità politica di Berlino probabilmente giocherà un ruolo decisivo anche in questo caso, sembra difficile infatti che il governo tedesco possa lasciarsi sfuggire l’opportunità di portare a termine la più grande acquisizione della storia da parte di un gruppo tedesco. Resta da capire se le cessioni realizzate siano abbastanza per evitare il consolidarsi di una posizione dominante in un mercato così sensibile come l’agrochimica o se il 5 aprile a farne le spese saranno ancora una volta la concorrenza e i consumatori.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl