Tassare la carne per tutelare la salute e il pianeta

12 febbraio 2018
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sostenibilità

Secondo un rapporto del FAIRR aumentano le possibilità tassare il consumo della carne entro i prossimi dieci anni .

In un futuro non troppo lontano il consumo di carne potrebbe essere tassato come avviene per il tabacco, l’alcool, il carbone e il gioco d’azzardo. È quanto sostiene il rapporto della rete di investitori FAIRR (Farm Animal Investment Risk & Return) secondo il quale la carne, entro al massimo 10 anni, sarà oggetto di una “sin tax” come altri prodotti considerati dannosi per la salute e l’ambiente. Questo genere d’imposte, diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni, è mirato a far salire il costo di prodotti considerati in qualche modo immorali o dannosi e coprire in questo modo i costi sociali e ambientali che derivano dal loro consumo.

Obiettivo della tassa, al vaglio in alcuni paesi europei come Germania, Svezia e Danimarca, è la riduzione del consumo di carne, in crescita in tutto il mondo. Sono tre le principali cause dell’accostamento della carne a prodotti come il tabacco e l’alcool e che potrebbero portare a tassarla:

Gli effetti sulla salute e le spese mediche. Diversi studi hanno collegato il consumo di carne al cancro, il più noto è quello dello Iarc del 2015 che classifica le carni rosse e quelle lavorate come probabili cancerogeni per l’uomo. Uno studio del 2014, pubblicato sul Journal of the American Medical Association, associa il consumo di carne con problemi di pressione alta. Mentre secondo l’American Dietetic Association una dieta priva di carne abbassa i rischi di malattie cardiovascolari, diabete e obesità. Il costo delle cure per tutte queste patologie pesa sui bilanci nazionali e col tempo gli stati potrebbero iniziare a punire fiscalmente i comportamenti meno salutari.

Il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico è una delle maggiori minacce per il pianeta, e le emissioni di gas serra sono una delle sue cause principali. L’allevamento intensivo è responsabile per almeno il 15% delle emissioni a livello globale. Proprio dall’allevamento derivano le emissioni dei tre principali gas serra: il biossido di carbonio, l’ossido d’azoto e il metano. Sempre legati all’allevamento sono l’inquinamento delle acque e lo sviluppo di resistenza agli antibiotici. Secondo una ricerca dell’Università di Oxford pubblicata su Nature una sovrattassa del 40% sul manzo e una del 20% sul latte basterebbero a coprire i danni provocati da queste produzioni al clima.

Il benessere degli animali. Le condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi spesso sono crudeli: sovraffollamento, mutilazioni, sovralimentazione, costrizione fisica. Molte di queste sofferenze stanno sensibilizzando fette sempre più ampie dell’opinione pubblica che potrebbe portare ad ulteriori pressioni per l’attivazione di questo genere di provvedimenti.

Quando analizza la probabilità dell’approvazione di una tassa sulla carne il rapporto FAIRR precisa come potrebbe innescarsi: ”Il percorso verso la tassazione tipicamente inizia quando c’è un consenso globale sul fatto che un’attività o un prodotto causano pericoli alla società. Questo porta alla valutazione dei costi finanziari per il settore pubblico, che a loro volta hanno come conseguenza il supporto a forme di tassazione aggiuntiva”. Il fondatore del FAIRR Jeremy Coller spiega quale potrebbe essere il meccanismo politico ed economico che darebbe il via al provvedimento: ”Se i responsabili politici devono far fronte ai costi di epidemie umane come l’obesità, il diabete e il cancro, e di epidemie del bestiame come l’influenza aviaria, affrontando anche le sfide gemelle del cambiamento climatico e dell’antibiotico-resistenza, allora il passaggio dalle sovvenzioni alla tassazione dell’industria della carne sembra inevitabile”.

Il rapporto non considera la “sin tax” sulla carne un rischio immediato per gli investitori e, pur non  auspicandola, mette in evidenza come il consenso dell’opinione pubblica verso chi mette in guardia dai rischi per la salute e l’ambiente dal suo eccessivo consumo sia in crescita, e che nel medio-lungo periodo il tema di una tassazione sarà messo in agenda.

Un team dell’Università di Oxford ha calcolato, nello studio già citato, come per pareggiare l’impatto in emissioni di gas serra derivanti dal consumo di carne e latte bisognerebbe applicare una sovrattassa pari al 40% per la carne e al 20% per il latte. Questi rincari fanno prevedere un forte calo dei consumi: le stime del gruppo di studio parlano di una flessione di circa il 13% per il mercato del manzo e di poco meno del 10% per quello del latte. I ricercatori di Oxford hanno valutato di quanto diminuirebbe il consumo di diversi alimenti se nuove tasse dovessero coprire i costi del loro impatto in termini di emissioni, e hanno concluso che la miglior mediazione è affiancare alle eventuali tasse dei sussidi per la produzione e l’acquisto di prodotti salutari. Questo impedirebbe che i cibi più costosi e salutari siano accessibili solo ai più ricchi. Una soluzione simile garantirebbe l’abbattimento di un miliardo di tonnellate all’anno di gas serra, pari alla quota prodotta dall’intero trasporto aereo.

L’impatto dell’allevamento della carne sul Pianeta

 

Anche se per ora si tratta per lo più di un’ipotesi, visto che i governi sono ancora riluttanti a influenzare così pesantemente le abitudini alimentai dei propri cittadini, l’impatto sull’industria di un provvedimento simile non sarebbe indifferente. Alcune grandi aziende si stanno già adattando: il colosso statunitense Tyson sta aumentando il suo 5% di partecipazione azionaria nell’aziende che produce proteine vegetali Beyond Meat, Cargill ha mostrato molto interesse nell’azienda produttrice di carne in laboratorio Memphis Meat e la Danone ha acquistato White Wave che produce alimenti a base vegetale e latticini biologici.

Una prima esperienza di “sin tax” su un prodotto alimentare però è già in corso, analizzarne l’andamento può aiutarci a capire quali potrebbero essere i risultati di una tassa sulla carne. Dal 2014 a Berkeley, in California, è in vigore una tasse sulle bevande zuccherate – soda, energy drink e succhi di frutta zuccherati – e dal 2016 è stata introdotta in altre città degli Stati Uniti. Il tributo di un centesimo per ogni oncia di bevande caloriche sembra funzionare. Secondo un rapporto pubblicato su Plos Medicine, che paragona i comportamenti di acquisto a Berkeley prima della tassazione e nel primo anno dopo la sua introduzione, le vendite di bibite zuccherate sono calate del 10%, mentre sono aumentate del 16% quelle dell’acqua e sono in aumento anche le vendite delle alternative senza zucchero.

“La città di Berkeley – dice il principale autore dello studio Barry Popkin – è una città ricca e in cui si consuma un numero di bevande zuccherate inferiore alla media nazionale, quindi ci siamo chiesti se il consumo sarebbe calato lo stesso nonostante la disponibilità di denaro. I risultati sono stati sorprendenti perché dimostrano che anche in una società benestante una tassa sulle bevande zuccherate può influenzare i consumi”. Secondo Popkin, infatti, i risultati in città meno ricche saranno ancora più incoraggianti. A conferma di questa intuizione i risultati che si stanno registrando in Messico, dove vige un provvedimento simile e le vendite sono calate del 17%. Nonostante i risultati incoraggianti è presto per dire se ci saranno effetti positivi sulla salute degli abitanti di Berkeley, anche perché a fronte di un calo netto nei consumi le calorie risparmiate non sono statisticamente rilevabili, né sappiamo chi sono i soggetti che rinunciano a bere queste bevande. Secondo gli autori ci vorrà qualche anno per avere effetti rilevanti su obesità e diabete che sono il bersaglio principale di questa campagna.

Negli Stati Uniti l’industria delle bibite ha reagito in maniera energica, spendendo oltre 20 milioni di dollari per contrastare la diffusione di questa tassa. A Philadelphia l’associazione di alcune aziende del settore ha intrapreso un’azione legale contro la città, sostenendo che la tassa è incostituzionale, mentre la Pepsi ha annunciato 100 licenziamenti in città. Nulla lascia credere che l’industria della carne non farebbe altrettanto.

Gli interrogativi morali, legali, scientifici ed economici sull’effettiva utilità di provvedimenti simili restano aperti. Da un lato la necessità di ridurre le emissioni e tutelare la salute, dall’altro l’adozione di imposte per contenere il consumo di alcuni alimenti sembra limitare la libertà degli individui. Di sicuro il dibattito sulla sostenibilità di un’industria del cibo che si basa fortemente sugli alimenti di origine animale si arricchisce di una nuova questione. Il progressivo arricchirsi dei paesi in via di sviluppo sta facendo crescere il consumo di carne e questo metterà ancora più alla prova la sostenibilità del sistema, facendo crescere ulteriormente i costi sociali e sanitari legati a un’alimentazione carnivora. Non vanno sottovalutati poi gli effetti di lungo periodo delle emissioni di gas serra, il riscaldamento globale è tra i fattori che diminuiscono la quantità di terre coltivabili, e quindi se la produzione di cibo contribuisce per circa il 25% delle emissioni globali – l’influenza  dell’allevamento è stimata in circa il 15% del totale delle emissioni – è opportuno normare il settore perché riduca il suo impatto sull’ambiente e possa garantire l’accesso al cibo ad una popolazione che si avvia a toccare i 10 miliardi entro il 2050. Questo obiettivo non va raggiunto necessariamente attraverso la tassazione, ma se questa servisse a rendere i consumatori più consapevoli, è da considerare uno degli strumenti a nostra disposizione.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl