Un’agricoltura più sana può e deve partire da noi

10 novembre 2017
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BIOLOGICO

L’agricoltura deve rispondere alle esigenze imperanti del mercato mondiale ed è anestetizzata dal mantra della crescita economica.

Gli insetti che muoiono, la presenza sempre meno frequente degli uccelli che nidificano, l’erosione del suolo, la contaminazione delle falde acquifere e i vari scandali alimentari: queste “effetti collaterali” dell’attuale sistema agricolo sono sempre più evidenti e all’ordine del giorno.

Le pressanti richieste non sembrano muoversi parallelamente con l’aumento di manodopera: secondo il quotidiano tedesco Zeit online, infatti, le sovvenzioni fiscali che funzionano in altri settori non attecchiscono nel campo dell’agricoltura che non vede aumentare i posti di lavoro. Nel 1999, sottolinea Zeit, c’erano in Germania 470mila aziende con oltre 1,4 milioni di dipendenti; ora, invece, le aziende sono 275mila con 940mila lavoratori.

Nella logica del guadagno, dunque, il ricercare costantemente il ricavo ha portato anche l’agricoltura in un gigantesco tritacarne dove la produzione ha drogato un sistema nel quale la terra viene inondata di pesticidi e viene alterato il ritmo di germinazione e crescita delle piante e il bioritmo della natura stessa. Un impatto ambientale, come detto, ma anche sociale tra lavoratori sfruttati e consumatori che assecondano il fabbisogno di massa.

Ritmi insostenibili tant’è che, secondo le Nazioni Unite, l’agricoltura industriale provoca ogni anno la perdita di 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile e non è un caso se in perfetto stile coloniale si è rimesso in moto la corsa all’accaparramento di terre da parte delle grandi imprese dell’agroindustria d’occidente come d’oriente. Stiamo parlando del landgrabbing, alla lettera furto di terre, che coinvolge principalmente l’Africa.

Ma una possibile riscossa è possibile ed in mano agli stessi consumatori, in grado di poter alterare e modificare, il mercato attraverso nuove o diverse abitudini alimentari. I piccoli cambiamenti, secondo il quotidiano Zeit, possono instaurare una reazione a catena coinvolgendo la politica locale fino ad arrivare alle industrie e società che hanno in mano il governo del mercato agricolo. Ma ciascuno di noi cosa può fare per promuovere un’agricoltura più sostenibile e sana?

Seppur non economicamente vantaggiosa – almeno in fase iniziale – è necessario stimolare e incentivare il mercato locale con acquisti di prodotti regionali e di stagione. Il “km 0” è rafforzato dalla necessità di fare rete e di scambiare conoscenze con altri consumatori interessati: aderire ad associazioni o gruppi cittadini che si impegnano per un cambiamento politico, per esempio rivolgendosi direttamente a un assessore regionale o che organizzano campagne di promozione o di sensibilizzazione. Acquistare prodotti del commercio equo e solidale o cibo biologico certificato, compensando i costi supplementari, magari, mangiando meno carne. Cucinare consapevolmente evitando sprechi e insistere affinché nelle mense scolastiche o degli uffici si possa aumentare il numero di cibi realizzati con alimenti regionali e bio.

Ma soprattutto fare domande, tante, tante domande: far capire ad agricoltori, politici, macellai e supermercati che il consumatore è attento e maturo. Pretendere qualità e chiarezza possono andare pari passo con una produzione alimentare ecologicamente ed eticamente accettabile.

giovanni sgobba

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Credits: Agostini Lab Srl