I dubbi del big food

16 ottobre 2017
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MERCATO

Da tempo le multinazionali dell’agroalimentare acquistano imprese biologiche attirate dai profitti. Il timore è che così siano a rischio i valori dell’alimentazione biologica, ma sul mercato il ruolo decisivo è giocato dai consumatori. Il successo commerciale del bio ha attirato l’attenzione delle grandi corporations. La crescente domanda di cibo biologico e di qualità ha fatto si che diventasse redditizio per le grandi industrie alimentari investire nel biologico. Negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, le multinazionali del food hanno acquistato oltre 90 marchi di prodotti biologici secondo i dati forniti dal Washington Post nel 2015. Queste acquisizioni hanno creato confusione tra la clientela più affezionata del biologico: quando aziende che hanno sempre portato avanti una politica contrapposta alle logiche dell’agricoltura intensiva e della grande distribuzione diventano di proprietà di multinazionali, i dubbi che i loro valori fondativi possano essere messi in discussione sono legittimi.

Il tema principale del dibattito riguarda la possibilità di conciliare il modello di business delle grandi aziende alimentari con i valori delle aziende biologiche senza che questo danneggi la qualità del cibo in favore del profitto. Da un lato la clientela generalista aspetta di poter trovare sugli scaffali dei supermercati una maggiore disponibilità di cibo biologico a buon mercato, dall’altra i clienti affezionati, disposti a spendere di più per un’alimentazione salutare, non si fidano dei cambiamenti in corso sul mercato.

Il biologico rischia di essere vittima del suo stesso successo – afferma il professor Philipp H. Howard dell’Università del Michigan – le multinazionali nascondono i loro legami con i marchi biologici. Sanno che i consumatori diffidano di loro e che chi compra biologico molto spesso è alla ricerca di un’alternativa al cibo convenzionale”.

“Quando una società viene acquisita questo spesso comporta un minor impegno all’uso di ingredienti biologici – prosegue – spesso sostituiti con altri meno costosi. In questi casi anche se viene rimossa l’etichetta che identifica un prodotto biologico il packaging resta identico, così i consumatori sono indotti a credere di acquistare un prodotto più salutare perché riconoscono le vecchie confezioni. Inoltre, i proventi realizzati dalle multinazionali con i prodotti biologici potrebbero essere reinvestiti in attività che poco hanno a che vedere con l’agricoltura biologica”. A causa delle acquisizioni il ruolo delle major all’interno degli organismi di vigilanza sta crescendo, e questo potrebbe contribuire ad un cambiamento degli standard di sicurezza e all’aumento delle sostanze non biologiche consentite. Negli Stati Uniti, ad esempio, la lista delle sostanze proibite e consentite stilata dal National Organic Standards Board è passata dal contenere 77 sostanze nel 2002 alle attuali oltre 250.

Lo stesso Howard però avverte che ci sono anche delle conseguenze positive in questo processo: l’accesso al cibo biologico diventa più facile, viste le più elevate capacità distributive di queste aziende, e il calo dei prezzi dovuto alle economie di scala. A sottolineare gli aspetti positivi delle acquisizioni anche Myra Goodman, fondatrice con il marito del marchio bio Earthbound Farm, che pochi mesi dopo la cessione per 600 milioni di dollari alla WhiteWave Foods afferma in una conferenza per TEDx: “Non vogliamo essere un club esclusivo, i benefici del bio sono enormi ma è un settore supportato da una dimensione industriale troppo piccola”.

Un punto di vista simile lo esprimono anche Tim Westwell e Sebstian Pole, i fondatori di Pukka Herbs, marchio biologico con più di 16 anni di storia nel settore del the e delle tisane, recentemente acquistata da Unilever. Secondo i due fondatori è proprio la crescita dell’azienda a richiedere maggiori capacità per mantenere questo livello di sviluppo. Uno degli aspetti che li ha più convinti dell’accordo con Unilever, sostengono, è l’esigenza di accelerare la sostenibilità del sistema cibo e di aumentare i terreni certificati. “Questo accordo – spiega Westwell- ci permette di aumentare la domanda per i nostri prodotti in tutto il mondo. Inoltre ci consente di attingere a una vera competenza sulla distribuzione. Ironicamente, dopo aver sviluppato per anni un nostro modello di agricoltura, negli ultimi anni abbiamo utilizzato il programma di pratiche agricole sostenibili di Unilever, semplicemente perché è uno dei migliori al mondo”.

Per quanto riguarda il rischio che la nuova proprietà possa diluire i valori alla base della loro azienda i due fondatori di Pukka Herbs assicurano che il contratto stipulato protegge l’azienda e i suoi prodotti da questa eventualità. “L’Unilever sta mettendo la sostenibilità a centro del suo modo di fare industria – dice Westwell – ad esempio la compagnia si è impegnata entro il 2030 a raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni di CO2. Ma c’è qualcosa di più importante: solo l’1,4% del cibo venduto nel Regno Unito è biologico. Mi dispiace ma noi non possiamo decidere di nutrire solo una minoranza, abbiamo una missione più grande: servire la gente, le piante e il pianeta. Nel Regno Unito sono pochi i negozi dedicati al biologico, se noi possiamo lavorare con chi può influenzare le scelte della grande distribuzione è un’opportunità che abbiamo per raggiungere più gente”.

Per quanto riguarda le reazioni alla cessione dell’azienda, ”Comprendiamo che alcune persone siano scioccate e ci accusino di voler riempire i forzieri di Unilever,” spiega l’altro socio Sebastian Pole. “Ma se questa compagnia vuole fare dei significativi cambiamenti in ambito ambientale e aiutare il pianeta io lo vedo come un bene. Penso che dobbiamo ampliare i nostri orizzonti. Siamo molto stimolati dal poter cambiare lo status quo, Pukka è sempre stato un marchio provocatore e lo rimarrà. Questa operazione ci darà la possibilità di crescere più velocemente. Io e Tim resteremo nel board per crescere oltre la nicchia dell’1,4%. Abbiamo lavorato con migliaia di produttori biologici e vogliamo arrivare a lavorare con decine di migliaia di produttori, siamo riusciti ad ottenere la conversione al biologico di decine di migliaia di ettari di terreno e vogliamo che diventino centinaia di migliaia. Non abbiamo mai fatto agricoltura e business convenzionale e non pensiamo di cambiare adesso”.

Il fenomeno di acquisizione delle aziende biologiche da parte delle multinazionali dell’alimentazione non è dunque uno sviluppo da demonizzare nel complesso né è possibile impedirlo. Il movimento biologico ha al suo interno tutti gli anticorpi necessari per evitare di sacrificare i valori che ha sempre difeso e diffuso sull’altare del profitto. La risorsa principale per impedirlo restano i consumatori. Chiunque volesse modificare gli standard qualitativi deve sapere di trovarsi di fronte a consumatori sempre più consapevoli e informati che determineranno l’insuccesso commerciale di questo tipo di operazioni esattamente come finora hanno favorito lo sviluppo delle imprese biologiche. Il settore del biologico ha attirato clienti perché ha mantenuto negli anni credibilità e coerenza, se un’azienda dovesse decidere di annacquare questi valori deve sapere che i consumatori si sposteranno verso operatori più credibili e questo è un rischio che nessuna azienda vuole correre. Se questo contributo non verrà a mancare e la vigilanza sarà alta, i processi di concentrazione permetteranno sia una sempre maggiore diffusione del cibo e dei terreni biologici, sia il calo dei prezzi che, ad ora, resta l’ostacolo più difficile da superare per i consumatori non ancora convinti.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl