Il decreto del bio

18 luglio 2017
|
BIOLOGICO

E’ stato approvato, dal Consiglio dei Ministri, il decreto che armonizza, razionalizza e regola il sistema dei controlli e della certificazione dei prodotti biologici. La cosa ha creato scompiglio.

Il decreto definisce, tra l’altro, cos’è un organismo di controllo – ente terzo indipendente che effettua ispezioni e certificazioni – e un operatore – la persona fisica o giuridica responsabile del rispetto delle disposizioni della normativa europea e nazionale concernente il metodo di agricoltura biologica nell’ambito dell’impresa biologica sotto il suo controllo.

Precisa, inoltre, che il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali è l’autorità competente per l’organizzazione dei controlli ufficiali nel settore della produzione biologica. Il Ministero delega i controlli agli organismi di controllo – a cui viene concessa l’autorizzazione, dopo precisa richiesta, e deve essere rinnovata ogni cinque anni – li autorizza e vigila sul loro operato tramite unità competenti.

L’organismo di controllo, che è un’impresa privata, per avere l’autorizzazione a operare in ambito biologico, deve garantire l’idoneità morale, l’imparzialità e l’assenza di conflitto di interesse dei propri rappresentanti, degli amministratori e del personale addetto all’attività di controllo e certificazione; l’adeguatezza delle strutture e delle risorse umane e strumentali rispetto ai compiti delegati; l’adeguate esperienza e competenza delle risorse umane impiegate.

Tra le novità che potrebbero avere delle conseguenze dirette per qualche organismo di controllo, l’assenza di partecipazioni, dirette o indirette, nella struttura proprietaria da parte di operatori e associazioni di operatori. Nonostante per alcuni, la presenza nella proprietà, di una rappresentanza degli operatori controllati, sia ulteriore garanzia di verifiche incrociate, è quanto meno strano che nella proprietà del controllore, ovvero di chi verifica la correttezza e l’imparzialità dell’operato, ci sia la rappresentanza dei controllati.

Nel decreto, inoltre, si specifica che l’organismo di controllo non debba fornire agli operatori controllati (e ai propri ispettori sul territorio), assieme ai suoi rappresentanti, agli amministratori e al personale addetto al controllo, beni o servizi diversi dall’attività di controllo. Inammissibili, quindi, consulenze, vendita di mezzi tecnici, l’affiancamento nelle attività commerciali, di comunicazione e di marketing. Non sempre queste indicazioni sono state e sono rispettate. La speranza è che ora, una volta per tutte, le cose cambino.

L’organismo di controllo, inoltre, non può far svolgere al personale addetto al controllo (l’ispettore) l’attività presso lo stesso operatore (azienda) per più di tre anni consecutivi e l’odg non può più svolgere l’attività di controllo sul medesimo operatore (azienda) per un periodo superiore a cinque anni. Questi due punti sono molto significativi e fanno trasparire la considerazione che il legislatore ha dell’attività di controllo. Se la sostituzione dopo tre anni del personale che svolge la fase di controllo è prassi normale e diffusa, è una novità l’obbligo per gli operatori di cambiare l’organismo di controllo ogni cinque anni. Al di là delle problematiche che questo potrebbe creare a vari livelli della filiera, salta agli occhi una scarsa fiducia negli organismi stessi.

Se il pensiero del legislatore sul gruppo di organismi privati delegati al controllo è questo, perché non trasferire questa attività al pubblico o revocare l’autorizzazione agli organismi privati in modo molto più incisivo (rispetto ai pochissimi casi) di questi primi venticinque anni?

La risposta al primo quesito è semplice, visto i molti esempi di inadeguatezza che il controllo pubblico ha dimostrato nella verifica del rispetto delle regole imposte agli operatori dal Regolamento europeo del biologico (sarebbe impensabile svolgere le quasi 70.000 ispezioni annuali che attualmente si fanno).

L’organismo di controllo, deve dotarsi di una struttura organizzativa periferica (sede, dotazioni tecniche – informatiche) nella regione dove svolge attività di controllo e certificazione su almeno cento operatori e di un referente regionale che non ha l’obbligo di avere una struttura organizzativa periferica. Questi due punti sono anacronistici, in questi anni di sviluppo tecnologico ed informatico diffuso, e confermerebbero il sospetto di un approccio formale che rischia di avere un impatto negativo, anche dal punto di vista finanziario, su un intero comparto.

Un altro punto di rilievo presente nel decreto è l’obbligo della tracciabilità del prodotto biologico lungo l’intera filiera, anche per risolvere la complessità della presenza di organismi di controllo differenti per i vari segmenti della filiera stessa.

A tale scopo, il decreto prevede l’obbligo di implementazione di una banca dati pubblica, in cui inserire dati che poi saranno facilmente disponibili. Questa banca dati già esiste, nonostante non sia ancora pubblica, ed è stata finanziata da alcuni organismi di controllo che già avevano riscontrato anni fa la necessità di un controllo approfondito. L’auspicio è che queste risorse non vadano disperse, come spesso è consuetudine nel nostro paese.

Le sanzioni amministrative. Una grande novità sono le sanzioni pecuniarie per gli organismi di controllo (da 1000 a 30000 euro) e per gli operatori (da 300 a 30000 euro).

Le sanzioni saranno “irrogate” dal Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Le quote incassate saranno destinate, per il cinquanta percento, al miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia delle attività di controllo e di vigilanza. Ci auguriamo che tra regole e interpretazioni, anche questo sforzo non finisca per prevalere il solito sistema all’italiana. Ma di certo così non sarà, visto l’enorme interesse per questo settore.

 

dal sito del ministero

Tags: , , , , ,
Banner Content
img advertisement
Credits: Agostini Lab Srl